Via Carlo Caratozzolo, 8 Ganzirri Messina +39 090 393150

Feste & Tradizioni

LA VARA 

La Vara è un carro di forma piramidale, alto circa 14 metri, dal peso di circa 8 tonnellate, che viene fatto slittare sull’asfalto bagnato ogni anno il 15 Agosto. Il traino avviene ad opera di circa un migliaio di devoti, uomini e donne, giovani ed anziani, che tirano attaccati alle due gomene lunghe ciascuna oltre 110 metri.
Il nome Vara è spesso alternato a quello di Bara, tale essendo la teca che contiene il corpo esangue della Madonna, posto nel piano di base della struttura. E’ bene ricordare che tutti i termini relativi al carro ed ai suoi tiratori sono di derivazione marinara (timonieri, vogatori, gomene, ciurma, fischietto e bandiere), come pure barare è il verbo riferito allo spostarsi della nave quando scivola in acqua, come la Vara scivola sull’asfalto.

Una sorta di enorme slitta sormontata dalla complessa raffigurazione allegorica dell’Assunzione, si muove al grido di Viva Maria, senza sterzo e senza freni, miracolosamente. Sopra la robusta slitta, un tempo in quercia e dal dopoguerra in ferro, vi erano 12 ragazzini che raffiguravano gli apostoli, attorno al corpo giacente della Vergine, seguono nuvole ed angeli e, contrapposti, sole e luna raggiati, quindi il globo terraqueo che sostiene la figura di Cristo, sulla cui destra poggia la candida Vergine. Il tutto è cosparso di figure variopinte di angeli, cherubini e serafini.

La Vara, costruita in un primo tempo nel 1535 per l’ingresso di Carlo V, venne a mano a mano ampliata e, a più riprese, trasformata. Però dopo tante modifiche, essa conserva, nelle spranghe del ceppo, tracce di mano d’opera che fanno pensare ad epoche anteriori al Cinquecento. Per tre secoli destò l’orgoglio dei cittadini, e l’ammirazione dei forestieri. Ed a ragione, quando si pensi ad una prodigiosa piramide umana di oltre 150 fanciulletti, incoronati di fiori e riccamente vestiti, che col gesto e con la voce, rotando in vari sensi, osannano alla Vergine. Fino al 1860 tutti i personaggi erano viventi, la sostituzione con statue di legno e cartapesta fece venir meno il colloquio che, in dialetto messinese, si svolgeva tra Maria e suo Figlio durante le soste. L’intera struttura che è costituita dall’assemblaggio di decine di pezzi che ogni anno vengono montati e smontati, poggia su di una struttura in ferro battuto detta campana, che comprende articolati ingranaggi meccanici che, mossi da abili manovratori, fanno animare tutto l’apparato durante il tragitto, conferendo ulteriore fascino.

In tanti anni della rischiosa cerimonia non si registrano che due soli incidenti; uno nel 1680, quando la Vara si spezzo, dal Globo in su, e sei ragazzi precipitarono tra la folla, senza che alcuno riportasse ferite o contusioni; ed un altro, nel 1738, allorché si ruppe l’asse attorno a cui girava il sole: anche stavolta, i 4 bambini attaccati all’astro restarono incolumi. Dal portento del 1738, scaturì un processo canonico. Fu riconosciuto il miracolo e si volle eternarne la memoria. In origine la Vara era munita di ruote che, dopo il 1565, furono sostituite da scivoli in legno per consentire il trascinamento sul selciato. E a trascinare la Vara mediante due lunghe gomene, è il popolo messinese, con l’azione congiunta di “capicorda, vogatori, timonieri, macchinisti e comandanti”, al grido di “VIVA MARIA!”.

(Fonte Città Metropolitana di Messina)

 

 

I GIGANTI

“Ogni anno, nel mese di agosto, si festeggiano i due “giganti” di Sicilia, Mata e Grifone.
Le colossali statue di Mata e Grifone, detti i “Giganti” secondo la tradizione raffigurano i mitici progenitori della stirpe peloritana. Lui bruno e barbuto, nelle fattezze classicheggianti ricorda il Giove Capitolino, lei Mata, presenta le prosperose fattezze di una popolana.
Dalla seconda metà del secolo scorso i Giganti procedono trainati su carrelli a ruote, mentre in passato i due venivano sollevati dai portatori attraverso pali e staffe basculanti, che consentivano di mantenerli in equilibrio, conferendo peraltro un andamento caracollante alle due statue equestri. Così come per la Vara, la sfilata era accompagnata da tamburi, trombe e dal suono cupo della “brogna” e della “ciaramedda”. Vari figuranti improvvisavano brevi spettacoli per la gioia degli astanti, durante le tappe della passeggiata. A seconda delle versioni i nomi dei due colossi furono: Cam e Rea e Saturno e Cibele, con chiaro riferimento alla mitologia locale.
Diverse e tutte di grande curiosità sono le leggende che ruotano intorno a queste due figure: una forse la più interessante, narra che intorno al 964 il moro Hassam Ibn-Hammar era sbarcato nelle vicinanze delle coste di Messina allo scopo di saccheggiare i paesi tra Camaro e Dinnamare.
Durante una delle sue tante incursioni il moro vide e si innamorò di una fanciulla di nome Marta (da cui Mata), figlia di Cosimo II di Coltellaccio. Contrariati e decisi a rifiutare la proposta di matrimonio del musulmano, i genitori di Marta nascosero la fanciulla in un luogo sicuro, lontano dal pericolo dei saccheggi. Scoperto il nascondiglio segreto, gli uomini che agivano in nome di Hassam rapirono Marta e la consegnarono al loro capo. La povera fanciulla si chiuse in un lungo silenzio e soltanto la conversione del moro al cristianesimo la fece rinascere spiritualmente, tanto da accettare Grifone (questo il nome cristiano del moro) come sposo.

Questa antica storia d’amore rivive all’interno della festa che ricorre il 13 e 14 Agosto.
In queste due giornate Grifone è raffigurato a cavallo, in veste di guerriero che impugna una mazza con una mano e con l’altra lo scudo su cui è inciso lo stemma della città (un castello con tre torri di colore nero su un campo verde); Mata è invece rappresentata da una grande statua con il capo incorniciato da una corona su cui sono disegnate tre torri, a simbolo dei tre porti di Messina.

(Fonte città Metropolitana di Messina)

 

LA TRADIZIONALE PESCA DEL PESCE SPADA

 

La pesca nello Stretto con la feluca è una tradizione millenaria.
Una lotta arcaica tra pesce e uomo, una tradizione che nasce dal mare e si alimenta con la leggenda. È la cattura del pesce spada con le feluche nello Stretto di Messina: un rituale affascinante al quale partecipano diverse persone, ognuna con un ruolo fondamentale. Di imbarcazioni con queste caratteristiche ne sono rimaste solo 12 tra Messina e Calabria.

Anticamente era uno straordinario spettacolo unico al mondo che si effettuava nelle limpide acque dello Stretto di Messina tra Scilla e il villaggio Paradiso. Vedere tutte quelle pittoresche barche che giravano dall’alba al tramonto nelle limpide acque dello Stretto alla ricerca della preda, con un “albero” centrale altissimo in cima al quale c’era un uomo che stava di guardia scrutando il mare con gli occhi fissi sull’acqua era qualcosa di magico . Molti hanno scritto, fotografato e filmato questa pesca ma lo spettacolo più bello e affascinante era vivere quei momenti a bordo della feluca assieme ai pescatori.

Il momento cruciale era l’avvistamento del pesce, quando l’antenniere indirizzava il luntro e gridava ai pescatori a bordo tale avvistamento. Capitava che molte volte il pesce o si inabissava o il fiocinatore, anche se raramente, sbagliava.

La pesca del pesce spada, a Messina, era ed è ancora un’arte antichissima che si tramanda di padre in figlio e si pratica a tutt’oggi nelle acque dello Stretto, dai primi di aprile fino a metà settembre, da oltre duemila anni con l’uso, ad inizio stagione, del sorteggio delle “postazioni” che cambiano a rotazione ogni settimana.

Nel Lago Grande di Ganzirri ancora oggi ci sono una “Feluca” ed un “Luntro” a testimonianza del nostro glorioso passato marinaro. La stessa Feluca viene utilizzata per trasportare la statua di San Nicola, il giorno della sua festa in agosto, all’interno del Lago, attorniato da lumi posti nelle acque e da tutte le barche dei pescatori del luogo.

E’ possibile effettuare dei tour di una giornata  proprio durante la pesca del pesce spada, mangiando anche bordo.

 

(Fonte Corriere del Mezzogiorno)
(Fonte Messina Ieri e Oggi)